“Ospedale di Comunità oppure ospedale di frontiera insieme al riunito di Modica?”

L’opinione di quattro cittadini sciclitani

SCICLI – Quanto clamore, in questo periodo elettorale, attorno alla riconversione dell’ex nosocomio di Scicli ad “Ospedale di Comunità”!

Non c’è da stupirsi però! Tutta l’Agenda politica del Governo e dei partiti in questi tempi è occupata dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e da un certo frenetico attivismo diretto a puntellare un modello di eurocentrismo neoliberista in affanno.

L’ospedale di Comunità, struttura ancora tutta da definire in termini di tipologia organizzativa e assistenziale, nasce con finanziamenti europei e fa parte di quel Piano Generale Nazionale che comprende altri settori e alla cui base sta l’idea di uno sviluppo a dir vero (in)sostenibile: autostrade ed alta velocità a grande impatto ambientale; digitalizzazione e innovazione tecnologica con materie prime rare e motivo di conflitto tra le grandi potenze; trivellazioni, per la ricerca di energie fossili, a tutto campo anche attorno ad agglomerati urbani e luoghi di interesse storico-culturale; campi agrivoltaici su terre dove invece dovrebbe essere coltivato il grano; spese militari in aumento per la sicurezza dei confini nazionali ed europei.

Insomma “un riprendersi il futuro” in un continuum con il passato, come se nulla fosse successo di nuovo nel mondo da alcuni mesi a questa parte.

Poco e niente per far fronte alle crisi umanitarie in corso (sanitaria) o che stanno spuntando all’orizzonte (alimentare) e i cui effetti graveranno soprattutto sulle popolazioni che si trovano alla periferia del mondo.

Anche le nostre comunità subiranno gli effetti negativi di queste crisi, anzi, forse proprio per la posizione geografica e strategica che occupa la Sicilia ne saremo maggiormente interessati.

Sono crisi che non ci possono lasciare indifferenti e che ci impongono di assumere un ruolo attivo, e il solo possibile è quello di cooperatori.

La crisi alimentare e sanitaria del continente africano e dei paesi che si affacciano nel Mediterraneo stanno per esplodere, e sono pronte a percorrere soprattutto le rotte tradizionali e a noi più vicine, e tra queste quella di Tripoli-Lampedusa-Pozzallo.

E allora è tempo che le istituzioni europee nazionali e regionali si attivino per non lasciare le popolazioni locali da sole a fronteggiare, come è successo in passato, queste problematiche di portata internazionale.

Non ci saranno governi di impronta sovranista e gendarmerie di sorta che potranno fermare l’esodo epocale di masse di disperati – ostaggi dei morsi della fame – che si avventureranno per mare e per terra con ogni mezzo per approdare in quei luoghi dove possono sedare l’istinto primario della sopravvivenza.

È tempo quindi che i nostri governanti, dei livelli superiori e di prossimità, guardino a quello che succede a Sud dei nostri confini, per stornare le risorse disponibili prima verso le priorità.

Poiché la fame è in stretta dipendenza con lo stato di salute, è bene che gli ospedali e le strutture Socio-Sanitarie del Comprensorio Modica, Scicli, Pozzallo e Ispica, che hanno svolto da sempre il ruolo di presidi internazionali, di fronte a questi eventi non possono essere considerati più alla stregua di strutture semplici, ma eccezionali e  di frontiera.

E il discorso non vale solo per l’aspetto socio-sanitario ma per tutti gli altri settori siano essi economici, culturali, di accoglienza ecc.

Nella misura in cui le nostre comunità saranno in grado di assumere il ruolo di costruttori di cooperazione e di pace si potrà affermare di aver dato un contributo per un mondo migliore.

Giovanna Giovannini, Gianfranco Iannizzotto, Antonino Nigito e Guglielmo Campailla