SCICLI – La superficialità alla base di alcune scelte starebbe snaturando le tradizioni e feste locali. Troppa “improvvisazione” riscontrata dal presidente della Pro Loco Scicli, Franco Donzella, che parla di una “crisi di identità”, con possibili effetti negativi sul turismo.
Le incongruenze segnalate riguardano la Cavalcata di San Giuseppe, la festa delle Milizie e le sagre (“senza storia”). “Scicli – afferma Donzella – sta vivendo una deriva che rischia di screditare il lavoro di decenni. Stiamo andando verso scelte che svuotano di senso la nostra identità”.
Prima questione affrontata la giuria che valuta le bardature della folkloristica sfilata.
“È quantomeno singolare – spiega il presidente della Pro Loco Scicli – che le opere d’arte dei nostri maestri bardatori vengano valutate da commissioni formate da persone estranee alla festa. Giure che, pur con tutta la buona volontà, non conoscono la storia della Cavalcata, il significato della devozione, i codici della bardatura sciclitana. Non ci si può affidare a sguardi esterni che non comprendono l’anima della festa. Il sapere va cercato dentro la comunità che quella tradizione l’ha creata e custodita. Abbiamo portato la Cavalcata nel REIS e verso l’Unesco con sacrificio. Non permetteremo che scelte superficiali vanifichino il lavoro di 4 generazioni”.
Dai cavalli bardati alla Madonna a cavallo, compatrona della città. “La Festa delle Milizie – prosegue Donzella – è la rievocazione di un evento storico ‘narrata’ per secoli dalla plebe sciclitana. Oggi assistiamo a scelte che snaturano tutto. Si chiamano attori senza alcun legame con la storia della città, per interpretare ruoli che appartengono alla nostra gente. Così facendo si svuota la rievocazione del suo significato più profondo: l’orgoglio di un popolo che racconta sé stesso”.
Donzella critica anche quelle manifestazioni che, a suo dire, vengono definite erroneamente “sagre”. Eventi gastronomici “estranei” alla storia e all’identità di Scicli. “È il caso – afferma il massimo rappresentante della Pro Loco – della cosiddetta ‘Sagra della Testa di Turco’. Un dolce locale, certamente buono, ma trasformato in evento solo per creare vetrine commerciali a due pasticceri nelle casette di legno, invece che nei loro negozi in piazza. Definirla ‘sagra’ è una forzatura. Esse nascono dal territorio e dalla storia collettiva, non da esigenze commerciali di pochi”.
La critica di Donzella non risparmia l’ospitalità “a senso unico, solo in uscita”, in quanto “i nostri gruppi e i nostri cavalli girano tutta la Sicilia, portando il nome di Scicli ovunque, ma al momento di ospitare noi qualcuno diventa tutto più complicato. Purtroppo le porte della città si aprono solo a condizioni”.
Auspicato un cambio di passo. Quattro parole chiave suggerite da Donzella: competenza (“Le tradizioni le giudica chi le vive e le studia da una vita”), rispetto (“Dei ruoli storici, da affidare a chi ne conosce il senso”), verità (“Definiamo ‘sagra’ solo ciò che è davvero patrimonio collettivo”) e reciprocità (“Se Scicli va in Sicilia, lo stesso deve avvenire viceversa”).
“La tradizione non è un palco da occupare. È una responsabilità da custodire”, conclude Donzella.
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