SCICLI – Il filone deprimente “Se non fosse per l’incuria…” continua a tormentare Scicli. Ancora esperienze dal retrogusto amaro per coloro che giungono in città e nelle sue borgate, per scoprirne le meraviglie architettoniche e paesaggistiche. Ad ogni visita ricorre una postilla, sempre più ingombrante, che invita a prendersi adeguatamente cura di un affascinante territorio, meritevole di maggiore attenzione.
La situazione non cambia. Alla redazione di SVN è arrivata una lettera. In calce porta la firma di L. V. È una zia che nei giorni scorsi ha raggiunto Scicli da Roma per vedere la nipote prendere parte a un torneo di mini-volley. Ha espresso profonda delusione per il “trattamento” riservato alla straordinaria bellezza circostante. Provata rabbia, in particolare, per il geodetico di Jungi, le cui condizioni igieniche sono state definite “indegne”.
“Scicli, bisogna dirlo senza esitazione – scrive L. V. -, è una meraviglia. Ti sorprende ad ogni angolo; dove il barocco non è solo architettura, ma identità viva; le pietre raccontano storie e le piazze sembrano scenografie naturali. Una città accogliente e incantevole, che dovrebbe essere motivo di orgoglio profondo”.
Ciò che ha visto, però, le provoca profondo dolore. “Ero lì per un motivo semplice e bellissimo – afferma -, vedere giocare mia nipote. Una festa di sport e di infanzia. Un’occasione per unire la gioia dei bambini alla bellezza del territorio. Un connubio perfetto, sulla carta. Ma la realtà è stata un’altra. La struttura sportiva che avrebbe dovuto ospitare questi giovanissimi atleti versava in condizioni igieniche indegne. Non si tratta di una svista o di un dettaglio trascurabile, ma di sporcizia evidente, servizi igienici impraticabili, un livello di incuria che non può essere accettato, soprattutto quando si parla di bambini e famiglie”.
Stupore che lascia spazio all’incredulità. A detta della lettrice non è solo una questione di organizzazione, ma di responsabilità. “Un Comune – commenta – che presente in queste condizioni l’unico impianto sportivo di cui dispone non può chiamarsi fuori”.
Ma da lei vengono evidenziate delle responsabilità diffuse, che interessano pure “chi conosce quella situazione e decide comunque di ospitare – riporta la nota – un evento interprovinciale senza pretendere standard minimi, accettando un contesto opposto rispetto a quello raccontato. È responsabile anche chi, davanti a una denuncia civile, reagisce attaccando invece di ascoltare”.
Secondo la lettrice il punto non è trovare un colpevole unico, ma riconoscere che “quando il degrado viene tollerato, diventa sistema, finendo per coinvolgere tutti. Non basta dire ‘facciamo quello che possiamo’. Se è l’unica struttura disponibile in città, allora si pretende che lo diventi. Inconcepibile affermare che ‘anche altrove è così’. Accettare questo significa essere parte del problema. Lo sport giovanile – aggiunge la firmataria della lettera – dovrebbe insegnare valori. Ma il primo valore è il rispetto. Un concetto che passa anche, e soprattutto, da ciò che si offre ai ragazzi: ambienti dignitosi, puliti, sicuri. Non si può parlare di educazione mentre si normalizza l’incuria, né chiedere silenzio a chi lo fa notare. Leggere risposte che invitano una cittadina a ‘prendere scopa e paletta’ non è solo fuori luogo. È il segnale di un cortocircuito culturale, in cui chi denuncia diventa il problema e chi dovrebbe rispondere si difende attaccando”.
Per la scrivente denunciare non è un atto contro una città. “Scicli non merita che la sua straordinaria bellezza – si legge – venga contraddetta da una gestione così superficiale dei suoi spazi. Chi arriva da fuori, animano da entusiasmo, affetto e orgoglio, non deve andarsene via con un senso di amarezza. La bellezza obbliga a essere coerenti, pretendere di più. Bisogna rifiutarsi di accettare che questo contesto desolante diventi normale”.
“E oggi la domanda resta lì, inevitabile: in una città così straordinaria, chi ha deciso che tutto questo potesse andare bene?”, conclude L. V., zia di Elisa.
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