SCICLI – Ricercatori provenienti da tutta Italia, con qualche partecipazione dall’estero, si sono interessati al contributo scientifico portato da Scicli sul Beato Guglielmo Cuffitella, in uno degli appuntamenti italiani dedicati allo studio dei resti umani del passato. Nei giorni scorsi a Udine si è svolto, nell’aula “Pasolini” di Palazzo di Toppo Wassermann, il XI Meeting Nazionale del Gruppo Italiano di Paleopatologia, organizzato dai Dipartimenti di Medicina e di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università del copoluogo friulano, sotto il coordinamento scientifico di Paola Saccheri, docente di Storia della Medicina, e di Raffaele Gaeta, coordinatore nazionale del GIPaleo.
Sulla figura di San Guglielmo, particolarmente venerato nella tradizione religiosa della Sicilia sud-orientale, nonché compatrono di Scicli, è stato sintetizzato efficacemente il valore di una ricerca che ha saputo coniugare storia, antropologia, paleopatologia e analisi di laboratorio, per ricostruire il profilo biologico e il contesto storico di un personaggio avvolto da numerose incertezze documentarie.
La paleopatologia, disciplina al centro del meeting, studia infatti i resti umani antichi (mummie, scheletri e altri reperti biologici) per comprendere le condizioni di salute, le abitudini di vita, l’alimentazione e la diffusione delle malattie nelle popolazioni del passato. È una scienza che permette di dare voce a individui spesso dimenticati dalle fonti scritte, restituendo dettagli concreti della loro esistenza.
Il contributo che è stato illustrato a Udine dimostra come le moderne tecniche di indagine possano integrare e talvolta superare i limiti delle fonti tradizionali. L’incontro tra scienze biomediche e discipline storiche ha permesso di delineare il profilo di un uomo anziano, fisicamente attivo, segnato dalle patologie dell’età e da una vita austera, vissuta nel contesto della spiritualità eremitica della Sicilia medievale.
L’XI Meeting Nazionale del GIPaleo ha offerto un’occasione di confronto tra specialisti, ma anche la testimonianza concreta di come la ricerca scientifica possa contribuire a riscoprire il patrimonio storico, culturale e religioso delle comunità locali. Nel caso del Beato Guglielmo Cuffitella, la scienza ha permesso di andare davvero “oltre il silenzio delle fonti storiche”, restituendo nuova luce a una figura che continua a occupare un posto significativo nella memoria collettiva della città di Scicli e della Sicilia.
Ci si è basati sui preziosi dati reperiti lo scorso anno in occasione della ricognizione canonica delle reliquie e del restauro del busto, con l’avvio di una complessa indagine multidisciplinare. Lo studio ha portato all’identificazione di 122 elementi ossei, comprendenti il cranio con la mandibola e un omero incompleto. Le indagini sono state condotte da un team di ricerca coordinato dal professor Luca Ventura, anatomopatologo dell’Aquila, e dalla dottoressa Valentina Pensiero, archeologa di Scicli. L’intero progetto è stato sostenuto da ANCoS Ragusa, guidata dal presidente Pietro Di Rosa, il cui supporto ha reso possibile la realizzazione delle attività di studio, conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-religioso legato al Beato.
L’analisi antropologica ha restituito un quadro sorprendentemente dettagliato dell’individuo. I resti appartenevano a un uomo di età superiore ai sessant’anni, con una statura stimata di circa 170 centimetri. Lo scheletro mostra inoltre numerosi marcatori di stress biomeccanico localizzati allo sterno, ai femori, alle ginocchia e ai calcagni, compatibili con uno stile di vita fisicamente impegnativo e con attività svolte per lunghi anni.
Particolarmente interessanti sono i risultati delle indagini paleopatologiche. Lo scheletro presenta segni di spondilosi vertebrale e artrosi a carico delle mani e dei piedi, patologie degenerative che testimoniano l’avanzare dell’età e il peso di una vita caratterizzata da notevoli sollecitazioni fisiche. Anche la salute orale appare compromessa: sono state documentate carie dentarie, ascessi periapicali e fistole, condizioni dolorose che probabilmente accompagnarono il Beato negli ultimi anni della sua esistenza. Sulla scapola destra è stata inoltre individuata una lesione interpretabile come esito di un trauma oppure, in via meno probabile, di un processo neoplastico.
Un ulteriore tassello alla ricostruzione della sua biografia è stato fornito dalle analisi isotopiche del carbonio e dell’azoto, eseguite mediante spettrometria di massa. I risultati indicano una dieta mista basata prevalentemente su cereali, accompagnati da un moderato consumo di proteine animali provenienti da carne e latticini.
Forse il dato più significativo riguarda però la datazione radiocarbonica eseguita con metodologia AMS. Le analisi collocano i resti in due intervalli cronologici altamente probabili: tra il 1273 e il 1324 d.C. e tra il 1354 e il 1394 d.C. Questi risultati contribuiscono in maniera sostanziale al dibattito storiografico sulla figura del Beato, fornendo un importante punto di riferimento scientifico per la definizione della sua cronologia.
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