Scicli, direzione 2027: “Più candidati che idee da una parte, scacchiera provinciale dall’altra”

Le interlocuzioni continuano nel campo largo e centro-destra per definire gli schieramenti per le prossime Amministrative. Considerazioni sugli ultimi sviluppi

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SCICLI (*L’opinione di… Ulisse*) – Ci sono parole che, nella politica contemporanea, hanno ormai assunto una consistenza quasi metafisica: partecipazione, confronto, percorso, sintesi, coalizione. Parole nobili, che evocano la capacità di superare le appartenenze particolari per costruire qualcosa che sia più grande della somma delle singole parti; parole che, tuttavia, rischiano di smarrire progressivamente il proprio significato quando vengono ripetute con tale frequenza da finire per sostituire, anziché accompagnare, le decisioni che dovrebbero scaturirne.

Il tavolo, le sedie e il campo largo

A Scicli, da qualche tempo, il centrosinistra discute del proprio futuro attraverso una successione di tavoli, incontri, comunicati e candidature, mentre intorno alla ricerca di un candidato unitario sembra prendere forma una geografia politica sempre più affollata. Da una parte Caterina Riccotti, sostenuta dal Partito Democratico, da Territorio e da Start Scicli, alla quale si aggiunge ora una nuova lista civica, “Caterina Sindaca”; dall’altra Marianna Buscema, proposta da Italia Viva e Partito Socialista. È un quadro che, osservato con un poco di distanza, offre già materia sufficiente per qualche domanda.

Perché, mentre tutti sembrano concordare sulla necessità di costruire un campo largo, il campo continua a essere definito soprattutto attraverso i nomi che dovrebbero occuparlo, le liste che dovrebbero sostenerli e gli equilibri che intorno a quei nomi si stanno formando. E viene allora da chiedersi se non si stia correndo il rischio di cominciare dalla parte sbagliata, cercando prima il protagonista della storia e soltanto dopo decidendo quale storia raccontare.

Quando le liste diventano troppe

La candidatura di Caterina Riccotti appare oggi sostenuta da un insieme di realtà che comprende il Partito Democratico, Territorio, Start Scicli e, da ultimo, la nuova lista civica “Caterina Sindaca”. La moltiplicazione dei contenitori, di per sé, non rappresenta certamente un problema: una coalizione può essere composta da sensibilità diverse e una pluralità di liste può persino costituire una ricchezza, quando ciascuna di esse esprime una propria identità politica, una storia, una visione amministrativa e una comunità riconoscibile.

Il problema nasce quando questa pluralità diventa soltanto numerica e non più politica. Perché se quattro, cinque o sei liste sostengono la medesima candidatura senza che sia altrettanto evidente ciò che realmente distingue l’una dall’altra, il rischio è che la moltiplicazione delle sigle finisca per produrre l’effetto paradossale di rendere meno significativa ciascuna di esse. La lista, che dovrebbe essere il luogo nel quale una comunità politica si riconosce e attraverso il quale propone alla città una parte della propria idea di futuro, rischia così di trasformarsi in un contenitore nel quale collocare candidature sufficienti a competere elettoralmente, mentre la capacità effettiva di orientare il consenso rimane concentrata intorno a pochi nomi.

Non è una considerazione che riguarda soltanto chi sostiene Caterina Riccotti, e sarebbe troppo facile trasformarla in un’arma polemica contro questa o quella formazione. È, piuttosto, una domanda che riguarda l’intera competizione amministrativa che si sta delineando: quante liste possono nascere intorno a una candidatura prima che la loro stessa proliferazione finisca per svuotare di significato il concetto di lista?

Perché una cosa è rappresentare una parte della città; altra cosa è mettere insieme un numero di candidati sufficiente a occupare una casella elettorale. Nel primo caso esiste una comunità politica che precede la candidatura; nel secondo è la candidatura stessa a rischiare di diventare il principio intorno al quale la lista viene costruita.

E, se il fenomeno dovesse estendersi a tutte le coalizioni e a tutti i candidati sindaco, Scicli potrebbe assistere a una competizione nella quale il numero delle liste e dei candidati al Consiglio comunale crescerà fino a produrre quell’ironico paradosso che già si affaccia all’orizzonte: alla fine rischieremo di avere quasi più candidati che elettori. Sarebbe una battuta, se non fosse che dietro quella battuta si nasconde una questione seria sulla qualità della rappresentanza.

Il tavolo che si allarga, ma soltanto adesso

C’è poi la questione del tavolo. Se l’obiettivo dichiarato fin dall’inizio era quello di costruire un campo largo, non sarebbe stato più naturale che il tavolo nascesse già largo, lasciando poi al confronto politico la responsabilità di stabilire chi avrebbe scelto di rimanere e chi, eventualmente, di allontanarsi?

Non è una questione di galateo politico, né tantomeno la volontà di riaprire polemiche sulle convocazioni precedenti. È una questione di metodo: un campo largo dovrebbe, per quanto possibile, nascere dalla disponibilità al confronto e non arrivare alla disponibilità al confronto soltanto dopo che alcune candidature e alcuni equilibri hanno già cominciato a consolidarsi. Adesso, comunque, il tavolo si allarga. E sarà interessante capire se l’allargamento riguarderà soltanto il numero delle sedie oppure anche la qualità della discussione.

Il PSI e le contraddizioni che attraversano le appartenenze

Anche dentro le singole forze politiche, intanto, le candidature sembrano produrre qualche movimento. Nel Partito Socialista, che insieme a Italia Viva sostiene Marianna Buscema, circolano voci secondo le quali non vi sarebbe una posizione del tutto uniforme attorno alla scelta della candidatura. Le ragioni, almeno stando alle indiscrezioni che arrivano dagli ambienti politici cittadini, avrebbero anche una dimensione personale e familiare, tanto da far emergere sensibilità differenti verso le due candidature oggi in campo.

È una voce, e come tale deve rimanere una voce, senza trasformarsi in una ricostruzione di fatti che non sono stati pubblicamente dichiarati. Ma anche le voci, quando circolano con una certa insistenza, possono essere il sintomo di una difficoltà politica più generale: quella di partiti e gruppi chiamati a tenere insieme appartenenze, relazioni e scelte che non sempre procedono nella medesima direzione.

E forse è proprio questa la ragione per cui sarebbe opportuno spostare il più rapidamente possibile la discussione dai nomi alle idee. Più il confronto rimane concentrato sulle persone, infatti, più ogni candidatura diventa una questione identitaria e più difficile diventa per le diverse componenti trovare un punto di incontro che non assomigli a una semplice trattativa sulle posizioni.

Le primarie non sono la soluzione

Ed è proprio qui che Ulisse sente di dover esprimere una posizione diversa da quella che sembra emergere dalle ultime proposte.

Le primarie, per quanto presentate come lo strumento democratico attraverso il quale consentire alla base di scegliere il candidato, non mi convincono affatto come soluzione per Scicli.

Non perché la partecipazione popolare alla scelta di un candidato sia un principio da respingere, ma perché una consultazione di questo tipo, nelle condizioni che si stanno delineando, rischierebbe di produrre un risultato formalmente incontestabile e politicamente assai meno rappresentativo di quanto si vorrebbe far credere.

Il motivo è semplice: in una competizione fra candidati sostenuti da forze organizzate diversamente, avrebbe un peso determinante la capacità di mobilitare elettori, simpatizzanti, iscritti e apparati. Chi dispone di una struttura più numerosa e più organizzata, di quella che con un’espressione forse poco elegante ma assai comprensibile potremmo chiamare una maggiore quantità di “dipendenti” elettorali, partirebbe inevitabilmente con un vantaggio.

Non necessariamente vincerebbe, dunque, chi è più convincente o chi propone il progetto migliore per la città; potrebbe semplicemente prevalere chi riesce a portare più persone alle urne delle primarie.

Ma c’è un problema ancora più serio. Se le primarie sono aperte anche a cittadini che non appartengono alla coalizione e che non necessariamente intendono sostenerla alle elezioni amministrative, diventa teoricamente possibile che una parte dell’elettorato di centrodestra partecipi alla scelta del candidato del centrosinistra. E non occorre essere particolarmente raffinati osservatori della politica per comprendere che, in una competizione fra due nomi, potrebbe esserci un interesse concreto a sostenere quello ritenuto più facilmente battibile nella successiva elezione.

Si potrebbe così arrivare all’assurdo di una coalizione che affida la scelta del proprio candidato anche a elettori che, pochi mesi dopo, potrebbero votare contro quella stessa coalizione. Per questo non credo che le primarie siano lo strumento giusto.

Preferirei un confronto politico vero, nel quale le forze che intendono costruire il campo progressista mettano sul tavolo le proprie proposte, discutano un programma comune e, alla luce di quel programma, individuino la candidatura più capace di rappresentarlo. Non sarebbe un metodo meno democratico, ma, semplicemente, una democrazia esercitata attraverso la responsabilità politica delle forze che si candidano a governare insieme, anziché attraverso una consultazione che rischia di alterare la reale composizione del consenso.

Perché, prima ancora di domandarsi chi debba essere il candidato, bisognerebbe avere il coraggio di stabilire per che cosa quel candidato dovrebbe essere scelto.

Il programma, questo sconosciuto

Ed è forse questo il punto sul quale, fino a oggi, il dibattito appare più sorprendentemente povero.

Abbiamo ascoltato nomi, abbiamo visto nascere liste, abbiamo assistito a prese di posizione, abbiamo seguito la discussione intorno alle primarie e abbiamo cominciato a intuire gli schieramenti. Ma molto meno si è discusso del programma, cioè di ciò che dovrebbe costituire il vero perimetro del campo di gioco.

Perché prima di stabilire chi dovrà giocare la partita, sarebbe ragionevole spiegare ai cittadini quale partita si intende giocare.

Quale idea di Scicli viene proposta? Quale modello di sviluppo economico e turistico? Quale politica per il territorio e per l’agricoltura? Quale visione del centro storico e delle borgate? Quale rapporto fra tutela del patrimonio e crescita economica? Quali priorità per i servizi sociali, la mobilità, il verde pubblico, la cultura, il commercio, le infrastrutture e la qualità della vita?

Sono queste le domande alle quali una coalizione dovrebbe rispondere prima ancora di chiedere ai cittadini di scegliere il proprio candidato.

E qui c’è una differenza di metodo che, a mio avviso, merita di essere sottolineata: Scicli Bene in Comune ha scelto di avviare già da tempo un confronto diretto con la città, attraverso una campagna sui social e una serie di incontri con cittadini e realtà del territorio, proprio per costruire il proprio programma a partire dall’ascolto.

Non significa, naturalmente, che questo renda automaticamente migliore una proposta politica. Significa però che esiste un ordine delle cose che forse sarebbe opportuno recuperare: prima capire quali siano i problemi della città e quali soluzioni si intendano proporre; poi confrontare le diverse visioni; infine individuare la persona che meglio possa rappresentarle.

Il procedimento contrario, quello che sembra invece prevalere in questa fase, rischia di produrre un risultato curioso: costruire prima il candidato, poi le liste che lo sostengono e soltanto alla fine il programma che dovrebbe spiegare ai cittadini perché quel candidato e quelle liste chiedono di governare.

Se il nome è già sul tavolo, il tavolo a cosa serve?

Forse è proprio questa la domanda che resta, dopo tutti gli incontri, tutte le candidature e tutte le liste che stanno progressivamente prendendo forma.

Serve, certamente, se intorno a quel tavolo le diverse forze politiche sono disposte a mettere in discussione non soltanto le candidature altrui, ma anche le proprie certezze; se sono disposte a discutere prima del programma e poi dei nomi, a riconoscere che una coalizione non è la semplice somma delle liste che la compongono e che una lista, a sua volta, non dovrebbe essere soltanto un contenitore elettorale costruito per raccogliere qualche candidatura in più. Perché, alla fine, il vero campo largo non dovrebbe essere quello nel quale trovano posto più simboli, più liste e più candidati, ma quello nel quale riescono a convivere sensibilità diverse senza rinunciare a una visione comune della città.

Altrimenti la moltiplicazione delle liste rischia di diventare soltanto una moltiplicazione delle candidature, le primarie una gara a chi dispone della macchina elettorale più efficace e il tavolo un luogo nel quale, dopo aver già deciso quasi tutto, si cerca soltanto il modo migliore per raccontarlo.

E sarebbe un peccato, perché Scicli meriterebbe una discussione assai più ambiziosa: non soltanto su chi debba sedere a Palazzo Palle, ma su quale città si intenda costruire nei prossimi anni e su quale idea di comunità debba guidare le scelte di chi quella responsabilità sarà chiamato ad assumersela.

Il resto, comprese le molte liste, i molti candidati e persino il rischio, ormai quasi ironico, di ritrovarsi un giorno con più aspiranti consiglieri che elettori, dovrebbe essere soltanto la conseguenza di quella discussione, non il suo punto di partenza.

Perché una città non ha bisogno soltanto di qualcuno che voglia governarla. Ha bisogno, prima ancora, di sapere quale città quel qualcuno abbia intenzione di governare.

E dall’altra parte del campo?

Se il campo progressista appare ancora impegnato nella ricerca del proprio perimetro, non è che dall’altra parte dello schieramento politico, nel centro-destra, le cose sembrino procedere con maggiore chiarezza. Anzi, osservando ciò che accade nel centrodestra, si ha talvolta l’impressione che Scicli sia diventata una delle caselle di una scacchiera provinciale sulla quale le diverse forze politiche stanno ancora cercando di capire quali pezzi muovere, quali conservare e, soprattutto, quali posizioni assegnare alle proprie pedine.

Le recenti dichiarazioni di Nino Minardo sembrano aver introdotto un elemento nuovo anche nella vicenda del sindaco Mario Marino, lasciando intendere che quest’ultimo potrebbe guardare con interesse all’approdo in Forza Italia quale condizione per ottenere il sostegno del partito alle prossime amministrative. Se così fosse, ci troveremmo davanti a un passaggio politicamente curioso, perché Marino aveva costruito una parte importante della propria identità proprio intorno al civismo, presentandosi come espressione di una dimensione distinta dalle tradizionali appartenenze partitiche e, in qualche modo, come quel “Sindaco del popolo” che avrebbe dovuto trovare nella propria legittimazione diretta la forza per governare la città.

Ora, però, sembrerebbe profilarsi la necessità di cercare una legittimazione diversa, questa volta dentro una forza politica strutturata e attraverso un accordo che, inevitabilmente, riporterebbe la candidatura dentro quelle dinamiche partitiche dalle quali il civismo aveva cercato di prendere le distanze.

Nulla di scandaloso, naturalmente: in politica cambiare collocazione, scegliere un partito e ricercarne il sostegno è perfettamente legittimo. Ma allora sarebbe forse il caso di chiamare le cose con il loro nome, perché un candidato può essere civico, può essere di partito, può essere espressione di una coalizione, ma diventa difficile sostenere contemporaneamente che la propria forza risieda nell’essere estraneo ai partiti e che, proprio per essere competitivo, abbia bisogno della benedizione di uno di essi.

E qui si apre una questione che va oltre la vicenda personale di Marino. I tavoli provinciali dei partiti del centrodestra sembrano, almeno stando alle notizie e alle indiscrezioni che arrivano dai diversi ambienti politici, ancora impegnati a definire equilibri e candidature nelle varie città della provincia. Si discute, dunque, di come distribuire gli appoggi, di quali territori spettino a una forza piuttosto che a un’altra, di quali candidature possano essere sostenute unitariamente e di quali, invece, debbano diventare terreno di competizione.

Ma Scicli che cosa rappresenta in tutto questo?

Chi deciderà il candidato o la candidatura da sostenere? I partiti del centrodestra arriveranno a una posizione unitaria oppure ciascuno sceglierà autonomamente il proprio percorso? E, soprattutto, sarà una decisione maturata a Scicli, attraverso un confronto con la città e con le sue esigenze, oppure arriverà ancora una volta da qualche stanza nella quale il nostro Comune sarà soltanto una delle tante caselle da sistemare?

È una domanda che non nasce da un pregiudizio nei confronti dei partiti, ma dalla storia recente della politica sciclitana. Perché se il civismo viene abbandonato per tornare dentro le logiche dei partiti, sarebbe almeno auspicabile che quei partiti sapessero spiegare ai cittadini quale progetto intendano sostenere e perché.

Nel frattempo, anche sul fronte di Fratelli d’Italia la situazione non sembra particolarmente tranquilla. L’ingresso di Desirè Ficili e Lorenzo Bonincontro ha prodotto, almeno stando a quanto emerso pubblicamente, una frattura all’interno della struttura locale, arrivata fino alle dimissioni del referente cittadino. E anche qui sembra emergere una difficoltà nella definizione di una posizione autonoma su Scicli, con lo sguardo rivolto verso decisioni che dovrebbero arrivare dai livelli superiori.

Se fosse davvero così, sarebbe difficile non cogliere una singolare contraddizione: proprio mentre tutti parlano della necessità di restituire centralità ai territori, le decisioni sulle città continuerebbero a essere assunte prevalentemente altrove.

E Scicli, ancora una volta, rischierebbe di essere semplicemente convocata quando c’è da chiedere i voti, dopo essere stata esclusa quando c’era da decidere.

Poi c’è Noi Moderati, che dopo lo “scruscio” iniziale sembra essere entrata in una fase di silenzio piuttosto prolungato. Che fine abbiano fatto Cartia e compagnia, oggi, non è dato sapere con particolare chiarezza. Forse stanno semplicemente aspettando che il quadro si definisca; forse stanno valutando quale posizione assumere; forse, più semplicemente, il rumore iniziale aveva accompagnato un progetto ancora troppo fragile per trasformarsi in una presenza politica stabile. Anche questa, però, è una domanda che prima o poi meriterebbe una risposta.

E poi c’è Orazio Ragusa, che nella politica sciclitana sembra avere sviluppato, ormai da tempo, una particolare predilezione per la penombra. Poco si vede, poco si sente, ma nelle ricostruzioni che circolano il suo nome torna spesso quando si parla di uomini da collocare, di relazioni da consolidare e di posizionamenti che sembrano attraversare trasversalmente gli schieramenti. È quella politica che non ama necessariamente stare sotto i riflettori, ma che preferisce osservare il movimento della scacchiera e intervenire quando le caselle cominciano a diventare interessanti. Dunque, la sua apparente preferenza per una posizione defilata, mentre intorno al centrodestra si moltiplicano le ipotesi sulle possibili collocazioni dei diversi protagonisti, alimenta le interpretazioni di chi ritiene che una parte della partita si stia giocando lontano dai riflettori.

Dal versante che fa capo a Ignazio Abbate non emergono, almeno per quanto riguarda la definizione della candidatura sciclitana, indicazioni ufficiali sufficientemente chiare da consentire di delineare una posizione definitiva. Anche in questo caso, il silenzio pubblico non autorizza a immaginare accordi o decisioni già assunte; lascia però aperta una questione politica concreta: quale contributo intende offrire quest’area alla costruzione del centrodestra cittadino e sulla base di quali priorità amministrative? Forse è più impegnato, attualmente, a capire dove prima (ri)collocarsi politicamente dato i recenti sviluppi all’interno del suo partito.

Il quadro che ne deriva è quello di un centrodestra nel quale il rapporto tra partiti, amministrazione uscente e componenti civiche è ancora da definire, mentre le indiscrezioni sulle candidature e sui possibili passaggi di appartenenza sembrano precedere una discussione pubblica sufficientemente articolata sulle ragioni di fondo delle scelte. Non è la ricerca di un accordo, in sé, a destare perplessità; è il rischio che l’accordo venga considerato il risultato principale della politica, quando dovrebbe esserne soltanto uno degli strumenti.

Perché, al netto dei nomi che circolano, delle adesioni annunciate o attese, delle riunioni provinciali e delle strategie attribuite ai diversi protagonisti, rimane una domanda alla quale gli elettori hanno diritto di ricevere una risposta: che cosa si propone per Scicli? Quali problemi si intendono affrontare, quali priorità si vogliono stabilire, quale rapporto si intende costruire con il territorio e quale giudizio si dà dell’esperienza amministrativa che si vorrebbe confermare o sostituire?

Senza risposte a queste domande, il rischio è che il confronto si esaurisca in un esercizio di posizionamento, nel quale la città compare soprattutto come destinazione di una candidatura o come posta di una trattativa. E una comunità non può essere ridotta a questo: non è un simbolo da aggiungere a una lista, né un territorio da presidiare in attesa delle elezioni.

Ulisse di Scicli

 

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