IL PCI DI SCICLI: tra lotte contadine, amministrazione della città, trasformazioni sociali

Dal dopoguerra al 1975, PRIMA PARTE

SCICLI (Di Bartolo Iacono)- Cercare di ricostruire un pezzo della storia del PCI di Scicli non è una operazione meramente autoreferenziale o nostalgica. Si tratta di un pezzo fondamentale della storia della Città e della comunità locale.

In primo luogo perché il PCI dal dopoguerra e fino alla fine degli anni settanta almeno, ha rappresentato a Scicli un punto di riferimento sociale e politico unico ed originale per influenza nelle dinamiche sociali. Tanto è vero che proprio i mutamenti sociali di non poco momento, si pensi alla trasformazione della produzione agricola negli anni sessanta ed alla conseguente ricomposizione sociale che ne è derivata, ebbero, come appresso meglio si dirà, un effetto dirompente proprio sul PCI di Scicli determinandone una crisi profonda che non è stata solo politica ma, prima di tutto, è stata proprio di rappresentanza delle istanze sociali e dei ceti o classi di riferimento.

La storia, o più propriamente le vicende, del PCI di Scicli, quindi, si intrecciano indissolubilmente con le vicende della società sciclitana, con le sue trasformazioni e rappresentano un interessante laboratorio di ricerca molto utile anche a comprendere le complessità della contemporaneità e la crisi del sistema politico attuale.

I partiti tradizionali, quelli che abbiamo conosciuto con la c.d. “prima repubblica” sono stati fino al loro dissolvimento (per ragioni diverse) caratterizzati dall’essere rappresentativi delle istanze sociali del Paese e dei ceti sociali di riferimento.

A Scicli questa forma di rappresentanza sociale si è manifestata nel modo più “classico” rispetto alle categorie del secolo scorso. Il PCI del dopoguerra era il riferimento politico, pressocchè esclusivo, del ceto bracciantile, che rappresentava la categoria sociale più estesa in una economia prevalentemente agricola, che sconosceva il latifondo a basso “consumo di mano d’opera” ma, invece, si caratterizzava dalla necessità di largo impiego di mano d’opera bracciantile. Nello stesso tempo la DC era il partito di riferimento di larga parte degli “agrari” (altri, in misura minore, avevano come partito di riferimento il PLI) , o più propriamente degli “agricoltori” che nel nostro territorio era una categoria sociale diffusa e costituita da veri e propri operatori economici dinamici, decisamente pochi erano quei proprietari terrieri, per lo più appartenenti ad antiche famiglie di rango nobiliare, dediti più che altro a vivere di rendita fondiaria e del progressivo frazionamento e vendita del patrimonio immobiliare familiare.

La DC era già allora, e lo è stata anche nei decenni successivi, anche il partito di riferimento dei mezzadri e dei piccoli proprietari terrieri, categoria abbastanza diffusa nel nostro territorio anche se in modo minore rispetto ad altri comuni della provincia per esempio al vicino comune di Modica, attraverso la Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti (Coldiretti).

Questa peculiare forma di composizione sociale è alla base delle vicende politiche e sociali di Scicli da dopoguerra e fino alla fine degli anni settanta, ed è alla base della trasformazione dell’economia agricola, in particolare dopo l’avvento della serricoltura, e della società sciclitana.

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Le prime elezioni amministrative, dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, a Scicli, si svolsero l’8 aprile 1946 ( quell’anno si votò, per la prima volta dopo la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra, per le amministrative in tutta Italia e furono anche le prime elezioni nell’Italia post unitaria col suffragio universale esteso anche alle donne) e precedettero di poco il referendum istituzionale e le elezioni per la costituente del 2 e 3 giugno 1946.

Si votò con il sistema proporzionale.

A Scicli si affermarono le liste democratico cristiana e dell’uomo qualunque (formazione di destra) che governarono la città, sindaco Prof. Ignazio Occhipinti, democratico cristiano, per tutti i sei anni della legislatura.

Furono anni difficili e turbolenti, caratterizzati, oltre che dal difficile e acceso contesto nazionale (sono gli anni dello scontro tra DC e Chiesa Cattolica da una parte ed il Fronte Popolare ( PCI / PSI) dall’altra, del referendum istituzionale repubblica/ monarchia, e delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, dell’attentato a Togliatti di qualche mese dopo e dei disordini diffusi in tutta Italia che ne seguirono, oltre che dagli scenari internazionali con l’inizio della “guerra fredda” tra gli USA e l’URSS e tra i paesi dei due blocchi, quello occidentale che diedero vita alla NATO e quello dei paesi dell’Est europei del Patto di Varsavia), anche da forti contrasti sociali in particolar modo legati alle lotte contadine.

Le lotte contadine, con l’occupazione delle terre incolte e contro il latifondo, caratterizzarono in modo profondo il secondo dopoguerra in tutta la Sicilia e diedero luogo ad una furiosa campagna di repressione portata avanti dallo Stato e dai Prefetti del tempo, ma anche ad una reazione violenta degli agrari e dei proprietari latifondisti che non ebbero remore a “farsi dare una mano” dalla mafia delle campagne (si pensi, per esempio, all’eccidio di Portella della Ginestra, nel palermitano, del 1° maggio 1947).

A Scicli, con le sue peculiari caratteristiche di cui abbiamo accennato in premessa, in quegli stessi anni ebbero luogo le più importanti lotte dei braccianti agricoli che trovarono rappresentanza nel PCI del tempo e nel sindacato CGIL, in particolare quelle per la piena occupazione in agricoltura e l’imponibile di mano d’opera, che spesso sfociarono in vere e proprie sommosse popolari (va ricordata anche la occupazione degli eleganti locali di quello che era il Circolo di conversazione, luogo di incontro dei nobili e dei cavalieri, e la trasformazione in sede della Camera del Lavoro) In questo contesto vanno segnalati i fatti, proprio in conseguenza della lotta per la piena occupazione in agricoltura, del dicembre del 1947, descritti con dovizia di particolari in una sentenza del Tribunale di Modica dell’agosto 1948, pregevole anche per le argomentazioni giuridiche, per esempio in materia di definizione di delitto politico. In quella occasione furono devastate le sedi del Partito dell’Uomo Qualunque e del neonato MSI, formazioni di destra vicine al passato fascista, furono erette barricate, formati blocchi stradali, imposta la serrata generale di tutte le attività economiche e commerciali. Oggetto della rivendicazione dei braccianti agricoli organizzati dalla Camera del Lavoro diretta da Giuseppe “Peppino “ Speranza era la “piena occupazione” in agricoltura ed alle proposte dei rappresentanti degli agricoltori (l’amministratore del B.ne Mormina, il Cav. Bonelli, l’Ing. Piccione, il Sig. Luigi Morana), nel tavolo di trattative convocato dal Sindaco democratico cristiano del tempo, il prof. Ignazio Occhipinti, di garantire l’assunzione di qualche decina (90 in prima battuta, 140 successivamente) di lavoratori agricoli la risposta fu quella racchiusa nello slogan “O tutti o nessuno” con conseguente abbandono del tavolo della trattativa del rappresentante della Camera del Lavoro, Giuseppe Speranza, e la proclamazione dello sciopero generale e della serrata del 6 dicembre con i disordini che ne seguirono.

Va detto che un ruolo di grande responsabilità e saggezza e di importante mediazione, venne svolto dal Sindaco Occhipinti, che esercitò in modo responsabile la sua influenza sulla componente degli agrari a lui ed al suo partito vicina e che portò, comunque, da li a breve a chiudere la vertenza con il riconoscimento di buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori.

Va segnalato che nel corso dei disordini del 6 dicembre che non vi furono episodi di violenza politica che interessarono le sedi della DC o esponenti di quel partito o gli stessi rappresentanti degli agricoltori.

Furono, questi, gli anni in cui si impose una nuova classe dirigente comunista attorno a Giuseppe Speranza, segretario della camera del lavoro e dirigente del PCI, che fu il vero protagonista degli anni a venire, assieme ad altri dirigenti tra i quali spiccavano le figure di Carmelina Trovato e di Vincenzo Portelli, intellettuale appassionato e profondo cultore di lingua e letteratura latina e greca e nel contempo combattivo dirigente di partito.

Molti della mia generazione ricordano, assieme alla “passionaria” Carmelina Trovato ed al suo impegno politico costante nel Partito e nel sindacato, anche il prof. Portelli e la sua attività di “precettore” di tanti liceali e studenti universitari, rigoroso quanto sapiente nelle lezioni private nelle materie letterarie.

A seguito dei fatti di questi anni turbolenti Giuseppe Speranza, condannato a diversi anni di reclusione per lo più per delitti di istigazione a delinquere, fu costretto a riparare all’estero fino al 1955.

Ma quegli anni segnarono una svolta in Città. Il Partito Comunista che era stato il protagonista politico di quella stagione raccolse un vasto consenso popolare soprattutto tra i braccianti agricoli che rappresentavano la base sociale di riferimento del Partito, ma anche tra i giovani intellettuali (alcuni diedero vita qualche anno dopo al Circolo Vitaliano Brancati di Gaetano Giavatto e Peppino Carrabba, Giovanni Rossino).

Alle successive elezioni del 1952 si votò con il sistema maggioritario

Si affermò questa volta, capitalizzando il consenso acquisito con le lotte contadine degli anni precedenti, la lista della coalizione di sinistra “Testa di Garibaldi” (era il simbolo della lista composta dal PCI, dal PSI e da indipendenti di sinistra) che si aggiudicò 24 seggi, alla lista di minoranza, “Bilancia”, composta da democratici cristiani, liberali e destra, toccarono i restanti 8 seggi. La base sociale di quella vittoria elettorale era costituita soprattutto dai braccianti agricoli che rappresentavano il gruppo sociale di gran lunga più numeroso a Scicli.

La sinistra governò la città per tutta la legislatura: Sindaco il dott. Rosa fino all’1.4.1955 e ,successivamente, dopo una crisi politica in qualche modo collegata alla “necessità” di sbarazzarsi del dott. Rosa ritenuto “corpo estraneo” al Partito e accusato di immobilismo per la fiacchezza della azione amministrativa, sostituito da Giuseppe Cartia, piccolo quanto attivo e intelligente industriale, rientrato dalla Libia nell’immediato dopoguerra (era stato consigliere comunale fin dal 1946) e protagonista politico di quegli anni e degli anni a venire,  fino alla fine della legislatura nel 1956.

Cominciò un lungo periodo di governo della sinistra a Scicli con un ruolo assolutamente preminente del PCI e dei suoi esponenti e dirigenti.

(continua il prossimo lunedì, 23 luglio 2018)